venerdì 17 maggio 2013

I saggi e la scuola. Analisi del documento



Tutte le analisi condotte sul tema della crescita economica indicano nella disponibilità di un capitale umano di qualità uno degli ingredienti fondamentali per sfruttare appieno le nuove tecnologie, per favorire l’innovazione e l’aumento della produttività.

I saggi non affrontano il problema della scuola come questione meritevole di una propria specificità, ma come variabile dell'ossessivo mantra della crescita economica, assunto ad indiscutibile orizzonte di ogni analisi.
Fulcro del ragionamento, la nozione di capitale umano, non nuovissima, ma ormai prepotentemente entrata nel novero degli assiomi mainstream1.
Incorporando l'istruzione tra i fattori che determinano il capitale umano, la si sottrae all'ambito dei consumi, per inserirla nel novero degli investimenti. L'operazione ha l'indubbio merito di spostare le spese per la scuola da un contesto individuale e voluttuario ad uno sociale e produttivo, che dovrebbe incentivare una più generosa allocazione di risorse.
Va da sé, che questa concezione supera definitivamente quella aristotelica della conoscenza disinteressata, o la contrapposizione di Seneca, tra otium e negotium, punti di vista che sembravano affermare una concezione strettamente elitaria del sapere.
Sembra, anche, sancire ufficialmente la fine, da tempo annunciata, di quella cultura umanistica che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell'uomo, alle sue domande, ai suoi timori2.
Alla luce della consapevolezza dei limiti etnocentrici che hanno storicamente gravato sulle pretese di universalità dell'umanesimo, una sua messa in mora può avere anche caratteri progressivi, badando – al solito – di non fare confusioni tra bambino e acqua sporca.
Intanto, tornando all'incipit, le tre parole-chiave: tecnologie, innovazione, produttività, ci confermano che il termine istruzione, che compare nel titolo di questo quarto punto della trattazione dei saggi, non è scelto a caso. Di istruzione tecnica, si parla, e non di educazione.
Eppure, di educazione, talvolta nell'obsoleta formula di educazione civica, sembra esserci un gran bisogno, e periodicamente – in relazione a questo o a quel fatto di cronaca – la scuola è richiamata a gran voce, dai media, a questo suo dovere istituzionale. Se ne ha, in tali casi, una idea semplicistica, di stampo comportamentista e fondata su una pretesa condivisione di norme e valori sociali, ben poco difendibile dal punto di vista epistemologico.
C'è, però, un'altra idea di educazione che consiste nel tentativo di fornire gli strumenti per orientarsi nella complessità del presente. È ciò che precisamente rimpiange Marco Lodoli, è ciò che, in programmi per la scuola elementare che sembrano ormai lontanissimi (1985), si definiva lo sviluppo del senso critico.
Questa prospettiva ambiziosa andava oltre la pur necessaria acquisizione delle capacità di saper fare la raccolta differenziata, mirando alla formazione di una cittadinanza consapevole che potesse contribuire a una democrazia partecipata e non unicamente ridotta alla celebrazione dei riti ricorrenti della liturgia della società dell'immagine.
Viene da chiedersi se questo non sia un obiettivo più che sufficiente sul piano del potenziamento del capitale umano, che giustifichi i necessari investimenti. Viene anche da chiedersi se, il non mettere al primo posto, nelle finalità della scuola, lo sviluppo della coscienza democratica, ma quello della crescita economica, non sottolinei con enfasi il rapporto di subordinazione a questa, di quella, che si vuole affermare nella società.
C'è da aggiungere che, comunque, l'ipotesi di lavorare sulla formazione critica del cittadino – Castoradis parla di una paideia democratica, Gadamer di Bildung, Žižek di capacità di un uso pubblico della ragione – comporta tempi lunghi, mentre i saggi sembrano avere una fretta del diavolo.

Di conseguenza, migliorare le performance dei sistemi di istruzione e formazione è fondamentale per assicurare nel medio termine una crescita economica in grado di riassorbire la disoccupazione e la sottoccupazione di cui è afflitto il nostro Paese. D’altra parte, la formazione si interseca strettamente con ricerca, innovazione e sviluppo: di conseguenza, la sua efficienza dipende dalla rapida connessione di tutti questi elementi e, dunque, dalla capacità del nostro Paese di rendere quanto più “corta” possibile questa filiera.

Nel successivo paragrafo viene affrontato il problema dell'abbandono scolastico, i saggi identificano correttamente il tempo-scuola, come un fattore su cui intervenire:

le analisi disponibili indicano come il miglior strumento di contrasto all'abbandono sia il prolungamento della scuola al pomeriggio negli anni del primo ciclo, mentre oggigiorno  il tempo pieno alle elementari è diffuso solo in alcune regioni (non a caso, quelle in cui la dispersione è minore) ed è di fatto inesistente nelle scuole medie. 

Sembrerebbero quindi dar ragione alla lotta, strenua e vana, condotta dagli insegnanti in difesa di quel tempo pieno, che dopo aver vacillato sotto i colpi della parola d'ordine reazionaria della restituzione dei bambini alle famiglie, correlata agli appetiti dei sostenitori di un privatistico sistema formativo integrato, era poi stato drasticamente falcidiato dalle ristrettezze di bilancio.

Le attività scolastiche nel pomeriggio non dovrebbero però essere una mera replica delle lezioni frontali della mattina. L'estensione del tempo scolastico consentirebbe, infatti, di scomporre i gruppi classe, lavorando su piccoli numeri, sperimentando metodologie didattiche innovative (ad esempio, apprendimenti cooperativi e attività sociali) e individuando percorsi specifici per i ragazzi maggiormente a rischio. 

Non sappiamo se, nella frase d'esordio – che evoca il palinsesto di una sgangherata TV commerciale – si adombri l'idea che i saggi si son fatti, della scuola a tempo pieno, la quale, estranea alle repliche, funzionava esattamente come nel prosieguo del testo: con i piccoli gruppi del sistema dei laboratori, con la didattica cooperativa, con i percorsi individualizzati.
Se invece così fosse, è evidente che i saggi stanno proponendo ciò che già si fa, cioè quelle attività integrative che, spogliate dalle accattivanti vesti della propaganda, sono, in virtù della penuria di risorse dell'autonomia stracciona, il contrario di ciò che si dice: pluriclassi con comunicazione didattica verticale e contenuti standardizzati.
Eppure, poco più su, i saggi avevano disegnato l'identikit degli alunni a rischio di dispersione:

si tratta di maschi, tipicamente immigrati di prima generazione, provenienti da un background socio-economico e culturale svantaggiato e che hanno già perso almeno un anno nel corso del primo ciclo.

Sono proprio loro, e di giorno in giorno lo tsunami sociale erode i residui margini di vantaggio delle femmine e degli autoctoni.
Con questi disuguali, si vuol continuare a far parti uguali e perciò anche loro hanno diritto alla regolare dose di compiti a casa, richiesta dall'orario curricolare abbreviato. Solo, che non hanno mamme che sappiano aiutarli a farli.
Se il fallimento scolastico torna ad avvicinarsi ai livelli degli anni '60, è perché l'organizzazione della scuola è tornata ad essere quella degli anni '60, adeguandosi a un prepotente disegno di restaurazione dei privilegi di classe.
Bisognerebbe tornare a imparare, esercitarsi e approfondire a scuola, non tra mura domestiche tanto diverse tra loro. Ma non sembra questa la via indicata dai saggi, che, anzi, fanno sospettare una propensione per la reintroduzione, dopo mezzo secolo, di selezioni precoci verso scuole di avviamento al lavoro, rispetto alle quali, il consenso dell'opinione pubblica è propiziato dal combinato disposto di aspettative di ripresa produttiva e di ansie securitarie:

nella migliore delle ipotesi, la futura forza lavoro non avrà le competenze minime richieste da processi produttivi in rapida evoluzione; nella peggiore, genererà emarginazione e rischi per la sicurezza in numerose aree, specialmente nelle grandi città.

In quest'ultimo passaggio, in cui non è difficile intravedere gli echi del dibattito francese ai tempi della rivolta delle banlieux, il documento tradisce un difetto di aggiornamento, ancora più evidente nella chiusura del paragrafo, che non sembra aver registrato le riserve, nel frattempo intervenute in Europa e negli USA, sui sistemi di valutazione:

gli istituti scolastici dovrebbero dotarsi di strumenti di misurazione, a cadenza regolare, dei progressi compiuti dagli studenti a rischio di dispersione.

Se si può concordare, fatta salva una verifica tecnica sulla congruità della proposta e una più puntuale definizione del concetto di merito, sull'impianto del successivo paragrafo (Promuovere il merito, aumentare le opportunità), si resta invece perplessi sulle conclusioni di quello che, correlando istruzione e spesa sanitaria, sembra inclinare a una pericolosa deriva verso nostalgie di stato etico:

sta aumentando l’incidenza di comportamenti (obesità, sedentarietà, abuso di alcool, fumo, ecc.) che mettono a rischio la salute delle presenti generazioni e generano elevati costi sul sistema sanitario nazionale

La disapprovazione per certi stili di vita si fonda su ragioni economiche e non morali. Ma c'è da osservare che ogni epoca ha i suoi criteri di evidenza che hanno una validità pro tempore, per rivelarsi, poi, fallaci. C'è una evidente analogia tra le pretese del passato di voler salvare l'anima e quelle, attuali, di voler salvare il corpo.
Si aggiunga poi, che i criteri di costo economico non sono mancati neppure in quelle aberranti scelte di salute pubblica da cui ci si vorrebbe differenziare:

dunque, al primo settembre 1941 sono stati disinfettati 70.273 pazienti. Calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, abbiamo fatto risparmiare: 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate. Poi marmellata, margarina, caffè d’orzo, zucchero (…). Continuando cosí in dieci anni l’1 per cento della popolazione non graverebbe piú sulla spesa sanitaria4.

Per ora, comunque, non viene proposta l'eliminazione di chi insiste a praticare stili di vita sgraditi, e ci si limita a caldeggiare una politica di prevenzione riassumibile nel motto, caro alla GIL: mens sana in corpore sano. Ma all'orizzonte si profilano soluzioni proibizioniste, la cui minacciosità è velata dal profilo ridicolo della formulazione:

si propone Il potenziamento delle iniziative finalizzate ad insegnare stili di vita salutari nelle scuole e nelle università, promuovendo, sul modello americano, l’eliminazione dai distributori automatici collocati nelle scuole di cibo e bevande ad alto contenuto calorico.

Ma non deve sfuggire che la computisteria dei saggi conferma il giudizio, già radicato in tanto senso comune, del carattere parassitario e socialmente riprovevole di certi stili di vita. Incoraggia, cioè quei processi di emarginazione che sono già in atto in molte comunità scolastiche e che sono una delle cause preponderanti di fallimenti e abbandoni.
Infine, il documento guarda alle nuove tecnologie, con occhio più rivolto all'input economico delle imprese, che alla salute degli utenti.

l cambiamento della scuola passa anche attraverso la capacità di sfruttare quello che le nuove tecnologie offrono, soprattutto per la costruzione degli ambienti di apprendimento. Per far questo è indispensabile il miglioramento dell’infrastruttura di rete delle scuole, attualmente dimensionata per la gestione amministrativa, anche in vista dell’adozione dei libri digitali, prevista progressivamente dal 2014, la quale stimolerà una forte domanda di formazione e di innovazione attraverso i linguaggi digitali.

Santificato dall'aura della modernità, il libro digitale si avvia all'adozione, senza che si sia promosso un confronto con oculisti, neurologi, pedagogisti e psicologi che ne attestino, per ciò che loro concerne, l'assoluta innocuità. Intanto, nell'attesa della rivoluzione futurista, le scuole mancano, non solo di connessioni internet, ma anche di gessi per la lavagna e carta igienica.
Le conclusioni del documento sono decisamente inquietanti:

Ogni cittadino può oggi contribuire a piattaforme partecipative per la raccolta dei dati, fungendo come sensore volontario per la creazione di osservatori digitali della società, dell'economia, e della salute pubblica, così generando quelli che si chiamano i Big Data. 

Nell'appello alla collaborazione volontaria, si tacciono tutti i dubbi e i sospetti inerenti la questione: dalle ricerche del Massachusetts Institute of Technology, che ha segnalato il pericolo di dissoluzione della privacy, ai finanziamenti della CIA ad aziende attive in questo campo, alla lapidaria sentenza di James Fontanella Khan, editorialista del «Financial Times»: Big Brother si è trasformato in Big Data5.
Nel disinvolto e conturbante invito allo spionaggio di massa, con cui concludono le loro proposte sulla scuola, i saggi smascherano il cavallo di Troia con cui la tecnocrazia nazionale intende espugnare gli ultimi baluardi della democrazia: lo spot disarmante dell'innovazione, coniugato al basso livello di informazione, garantito da un sistema dei media poco propenso a porsi domande non autorizzate.

1La formulazione della teoria è di Theodore W.Schultz, The Economic Value of Education, 1963 e perfezionata da Gary Becker (Human Capital, 1964), esponente della Scuola di Chicago e premio Nobel nel 1992.
2Marco Lodoli, Addio cultura umanista. Per i ragazzi non ha senso, «Il Corriere della Sera», 31 ottobre 2012.

4Dallo spettacolo, Ausmerzen di Marco Paolini.
5James Fontanella Khan, Taccuino da Bruxelles, «East» 46, marzo-aprile 2013.





























domenica 12 maggio 2013

scuola, ghetti e jus soli

Mariolino a scuola ci viene poco, adesso è un po' che non si vede. Lo incontriamo, io e la sua maestra, mentre aspettiamo l'autobus. Avanza verso di noi e comincia, già in lontananza, ad agitare le mani, a significare l'imbarazzo che l'incontro gli crea.
«È la mamma, è la mamma che è ... difficile» dice alla sua maestra, per giustificare l'assenza, e intanto allarga e richiude più volte le braccia, in quel gesto simboleggiando l'ineluttabilità e l'indicibilità di una situazione di cui ci immagina edotti.
Edotti, almeno in parte, lo siamo. La mamma di Mariolino l'ho vista in azione un paio di mesi fa.
All'uscita di scuola, come talvolta è già accaduto, Mariolino non trova nessuno che lo riporti a casa. Lasciarlo andare da solo ‒ casa sua è lì vicino ‒ non si può, una legislazione terrifica lo proibisce in maniera tassativa (fino alla quinta, però, dall'anno successivo potrà prendere l'autobus da solo e attraversare tutta la città).
La bidella telefona a casa. 
Accompagnata in macchina da un malcapitato vicino, la mamma, di lì a poco, arriva, scende dalla macchina e si scatena in una furiosa invettiva, colorita di turpiloquio, contro la scuola, i maestri e le maestre.
È visibilmente alterata e naturalmente noi tutti riteniamo immeritata quella sequela di insulti. La mettiamo in conto al suo stato del momento, ma dovremmo sapere che nel delirio dell'alcol, della droga, o della follia, non si materializzano fantasmi irreali, ma, se mai, sintesi inadeguate della percezione della realtà. 
C'è dunque un disagio non colto, un difetto di rapporto, il sospetto di un pregiudizio, dietro quello sfogo che ci pare ingeneroso.
Come darle torto? Vogliamo negare che a scuola, come nel resto della società, seppellita l'ascia di guerra del vietato vietare della nostra gioventù, si sia pienamente restaurata la norma, nella sua accezione più mediocre e piccolo borghese e si sia tornati allo stigma per certi stili di vita?
Bocciare, tranne in casi rari, non si boccia più, ma per il resto nulla e mutato e i bambini che vivono in certe famiglie sono imprigionati in un giudizio in cui la diagnosi e i sintomi si rincorrono, inverandosi a vicenda: non fa i compiti, non paga la mensa, arriva in ritardo ...
A sostenerci, nella ritrovata funzione di vestali della classe media, la tecnica, che per ognuno dei comportamenti che sono alla base di queste scarse performance sociali, ha un nome e una classificazione.
Ci trinceriamo, dunque, dietro l'indubitabilità della nosografia ‒  dimenticandoci del fatto che sino a pochi anni fa, nel DSM IV, il manuale diagnostico più utilizzato, l'omosessualità era classificata, con altrettanta certezza, come malattia ‒ e rivalutiamo, come scelta di civiltà, il ricorso ad assistenti sociali che dispongano il ricovero del minore in comunità.
Neppure ci accorgiamo, in questa disperata opzione del male minore, della sconfitta culturale (che è anche una sconfitta politica) che la determina: il rigetto della tradizione continentale (psicanalisi, fenomenologia) a vantaggio di un pragmatismo comportamentista anglosassone, che vede l'uomo come una macchina da far funzionare al meglio, magari attraverso addestramenti da circo equestre.
La lezione di Marcella Balconi e Giovanni Bollea: la peggiore delle mamme è sempre migliore del migliore degli istituti, è dimenticata.
Comunque sia, la famiglia di Mariolino, che lo si ammetta o no, è oggettivata in un'identità. Ma loro, soggettivamente, come si identificano?

All'inizio dell'anno, mi capita di sostituire una collega nella classe di Mariolino. All'uscita, la sua mamma non c'è. Ho un autobus da aspettare, per una buona mezz'ora , e l'abitazione di Mariolino è a pochi passi, decido di accompagnarlo io.
Lungo la strada, ci precede un gruppo di alunni marocchini che abitano nello stesso complesso di case popolari in cui vive Mariolino; sono ben organizzati, una mamma, a turno, viene a ritirare tutto il gruppo. Mi chiedo perché Mariolino, e qualche altro suo vicino di casa, non ne approfittino. La risposta, l'avrò di lì a poco.
Non appena siamo arrivati nel parchetto antistante le case, e non prima, quando i bambini marocchini, deposti gli zaini su una panchina, si disperdono di corsa a cominciare i loro giochi, Mariolino, protendendo il mento per indicarli, mi fa: «Io, quelli, non li posso vedere!»
Mi sorprende, perché a scuola, con quegli stessi bambini, ci parla e ci gioca.
Provo a chiedergli spiegazioni, ma la risposta è una serie smozzicata di frasi fatte, mal memorizzate, evidentemente riprese da un distratto ascolto dei discorsi dei grandi, il cui succo è, inesorabilmente: padroni a casa nostra.
Sul balcone di casa, il nonno attende Mariolino, è un anziano immigrato dalla Sicilia, sul suo volto, che deve essere stato illuminato da un'antica fierezza, sembra esser scesa l'ombra della sconfitta.

L'episodio si presta a una serie di considerazioni:
‒ La topologia. Mariolino non è un ipocrita, a scuola non gioca con i bambini marocchini per compiacere i maestri. Lungo tutto il percorso, pur avendoceli davanti, non ha avuto niente da ridire. La reazione scatta non appena entra in quello che ritiene il suo territorio, diverso da quello della scuola e dalla neutralità della strada. 
Ci sono dunque visioni del mondo differenti a seconda dei contesti e non c'è integrazione tra vissuti scolastici e famigliari.
‒ La reintegrazione. La famiglia di Mariolino ha uno stile di vita che si presta alla riprovazione sociale. La scuola, che dietro il paravento delle regole nasconde la costruzione di una norma di giudizio delle esistenze, è il luogo deputato al confronto. Qui la famiglia di Mariolino si sente marginale, o addirittura estranea. 
Ma nella sua dinamica interna, la famiglia tenta una reintegrazione, identificandosi, a partire dall'opposizione noi/loro, con un gruppo sociale immaginario.

Mariolino, per ora, utilizza gli spezzoni di discorso adulto che gli vengono in mente, per dare una giustificazione alle normali rivalità e aggressività della sua età. Sarebbe un peccato se diventasse un fascista per davvero.
A scuola, dove affronta con loro le stesse attività e le stesse difficoltà, gioca con i compagni marocchini, ma una volta arrivati a casa, tutti tornano a parlare la lingua materna e a chiudersi in differenti orizzonti simbolici.
Eppure è proprio lì che si consuma il crimine premeditato che porterà loro tutti a un analogo fallimento sociale. Lì, dove si trovano alle prese con compiti e lezioni che non sanno fare e per i quali le loro mamme non sono in grado di aiutarli, lì dove difficoltà linguistiche o analfabetismo di ritorno non riescono a interpretare gli avvisi sul diario, da cui dipende il rispetto delle regole e la conseguente accettazione sociale.
Mariolino e i suoi compagni di scuola immigrati hanno le stesse probabilità di abbandono scolastico e di un precoce arrivo, con nessuna qualifica, su un mercato del lavoro stagnante. La polarizzazione noi/loro, da questo punto di vista, assume ben diversi connotati.
Una sinistra che fosse di classe, e non irrimediabilmente succube dell'ideologia borghese, partirebbe da qui, mostrando chi è uguale e chi è diverso, rivendicando il ritorno a una scuola a tempo pieno, organizzando sul territorio doposcuola antagonisti. Dovrebbe tentare, insomma, di unire sui bisogni concreti e non di dividere in base ad astratte formulazioni morali.
Se c'è, quindi da fare una battaglia della cittadinanza, vogliamo che sia una battaglia per una cittadinanza effettiva e non solo burocratica, perché Mariolino e i suoi compagni di scuola immigrati siano cittadini nella stessa maniera in cui lo sono il figlio del dottore o dell'avvocato.
Di cittadinanze di serie B, non sappiamo che farcene.








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venerdì 26 aprile 2013

Le proposte dei saggi per la scuola. Testo



4.4 Potenziare l’istruzione e il capitale umano 
Tutte le analisi condotte sul tema della crescita economica indicano nella disponibilità di un capitale umano di qualità uno degli ingredienti fondamentali per sfruttare appieno le nuove tecnologie, per favorire l’innovazione e l’aumento della produttività. Di conseguenza, migliorare le performance dei sistemi di istruzione e formazione è fondamentale per assicurare nel medio termine una crescita economica in grado di riassorbire la disoccupazione e la sottoccupazione di cui è afflitto il nostro Paese. D’altra parte, la formazione si interseca strettamente con ricerca, innovazione e sviluppo: di conseguenza, la sua efficienza dipende dalla rapida connessione di tutti questi elementi e, dunque, dalla capacità del nostro Paese di rendere quanto più “corta” possibile questa filiera.

Secondo le classifiche internazionali sull’argomento, l’Italia presenta un forte deficit in termini di qualità del capitale umano rispetto ai principali paesi europei. Esso riguarda sia le competenze maturate dai giovani al termine della scuola dell’obbligo, sia la quota di laureati sulla popolazione. 
Inoltre, la formazione svolta dalle imprese è significativamente inferiore a quella tipica degli altri paesi europei.

Non è questa la sede per valutare nel dettaglio ipotesi di intervento sui sistemi educativi. Ciononostante, si ritiene che sia possibile adottare nel breve termine misure in grado di alleviare alcune situazioni particolarmente gravi o di influire, al contempo, sulla sostenibilità a lungo termine di un’area particolarmente rilevante per la pubblica amministrazione come la sanità. 

Contrastare l’abbandono scolastico
In Italia l'abbandono precoce della scuola è assai più diffuso che nel resto d'Europa: nel 2011 il 18,2 per cento dei giovani non ha completato il percorso di studi secondario, contro una media europea del 13,5 per cento: tra gli stranieri la percentuale è vicina al 45 per cento. L'identikit degli studenti a rischio di dispersione è chiaramente delineato: si tratta di maschi, tipicamente immigrati di prima generazione, provenienti da un background socio-economico e culturale svantaggiato e che hanno già perso almeno un anno nel corso del primo ciclo (elementari e medie). 

Se non invertita, questa tendenza farà sì che, nella migliore delle ipotesi, la futura forza lavoro non avrà le competenze minime richieste da processi produttivi in rapida evoluzione; nella peggiore, genererà emarginazione e rischi per la sicurezza in numerose aree, specialmente nelle grandi città.

Va definito urgentemente un programma speciale per la riduzione dell’abbandono scolastico, specialmente nelle aree territoriali a rischio criminalità, rafforzando l’Azione “Contrasto alla dispersione scolastica” prevista nel Piano d’Azione Coesione. Tale programma dovrebbe valorizzare le esperienze di successo, evitando misure universalistiche e concentrandosi su interventi tempestivi e mirati nei confronti dei soggetti più vulnerabili. Ad esempio, le analisi disponibili indicano come il miglior strumento di contrasto all'abbandono sia il prolungamento della scuola al pomeriggio negli anni del primo ciclo, mentre oggigiorno  il tempo pieno alle elementari è diffuso solo in alcune regioni (non a caso, quelle in cui la dispersione è minore) ed è di fatto inesistente nelle scuole medie. 

Le attività scolastiche nel pomeriggio non dovrebbero però essere una mera replica delle lezioni frontali della mattina. L'estensione del tempo scolastico consentirebbe, infatti, di scomporre i gruppi classe, lavorando su piccoli numeri, sperimentando metodologie didattiche innovative (ad esempio, apprendimenti cooperativi e attività sociali) e individuando percorsi specifici per i ragazzi maggiormente a rischio. Per questi ultimi, l'insegnamento individualizzato dovrebbe riguardare in modo prioritario il rafforzamento delle competenze di base: comprensione dei testi, competenze logico-matematiche e applicazione del metodo scientifico. Inoltre, gli istituti scolastici dovrebbero dotarsi di strumenti di misurazione, a cadenza regolare, dei progressi compiuti dagli studenti a rischio di dispersione.

Promuovere il merito, aumentare le opportunità
La mobilità sociale si è drasticamente ridotta, al punto che le generazioni nate negli anni ’80 hanno molte meno opportunità di evolvere nella scala sociale rispetto alle generazioni precedenti. La condizione della famiglia di origine condiziona pesantemente l’esito scolastico e i percorsi di vita. 
Si iscrive all'università solo il 14 per cento dei figli di operai, a fronte di un valore pari al 59 per cento per i figli della borghesia. Parallelamente, i finanziamenti per il “diritto allo studio” sono stati drasticamente ridotti negli ultimi anni. 

Questa tendenza va immediatamente invertita. Si suggerisce, quindi, che la Conferenza Stato Regioni vari, quanto prima, il decreto sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario. Inoltre, il Fondo Integrativo Statale delle borse di studio, recentemente ridotto a livelli minimi, va aumentato in modo consistente, anche per sottolineare che lo Stato intende offrire reali opportunità verso gli studenti meritevoli provenienti da famiglie meno abbienti. Per questo, tale Fondo deve essere portato a 250 milioni di euro annui, il che corrisponde ad un raddoppio della posta dedicata a questa materia prima dei drastici tagli operati per il biennio 2013-2014.

Investire in istruzione per migliorare la salute e ridurre i costi del sistema sanitario
La speranza di vita è cresciuta molto, portando il nostro Paese a divenire uno dei più longevi al mondo. D’altra parte, una quota crescente della popolazione anziana, soprattutto donne, vive numerosi anni in cattiva salute. Parallelamente, sta aumentando l’incidenza di comportamenti (obesità, sedentarietà, abuso di alcool, fumo, ecc.) che mettono a rischio la salute delle presenti generazioni (soprattutto quelle giovanili - oltre il 35 per cento dei bambini è sovrappeso) e generano elevati costi sul sistema sanitario nazionale (il Ministero della Salute stima in 28.000 i decessi prematuri all'anno imputabili esclusivamente all'inattività fisica).

L’istruzione gioca un ruolo fondamentale nel determinare il rischio di mortalità: nella popolazione fra i 25 e i 64 anni le donne con livello di istruzione più basso hanno un rischio di mortalità circa doppio rispetto alle donne della stessa età con titolo di studio più elevato, mentre tra gli uomini meno istruiti il rischio è dell’80 per cento più elevato rispetto ai più istruiti. Di conseguenza, dedicare risorse all’insegnamento di stili di vita salutari è un investimento sul futuro, oltre che uno strumento per migliorare la qualità della vita odierna. 

Per questo si propone di avviare iniziative di prevenzione quali, ad esempio:
- Il potenziamento delle iniziative finalizzate ad insegnare stili di vita salutari nelle scuole e nelle università, promuovendo, sul modello americano, l’eliminazione dai distributori automatici collocati nelle scuole di cibo e bevande ad alto contenuto calorico;
- l’introduzione di un sistema di certificazione per iniziative realizzate all’interno delle aziende volte alla salute dei dipendenti, da realizzare secondo le linee guida disponibili a 
livello internazionale;
- la sensibilizzazione dei medici di base al fine di prescrivere esercizio fisico ai pazienti, con eventuale deduzione fiscale delle spese per l'esercizio svolto su prescrizione medica o per l’acquisto di strumenti per l’esercizio fisico.

La scuola digitale e la cultura dei dati
Il cambiamento della scuola passa anche attraverso la capacità di sfruttare quello che le nuove tecnologie offrono, soprattutto per la costruzione degli ambienti di apprendimento. Per far questo è indispensabile il miglioramento dell’infrastruttura di rete delle scuole, attualmente dimensionata per la gestione amministrativa, anche in vista dell’adozione dei libri digitali, prevista progres-sivamente dal 2014, la quale stimolerà una forte domanda di formazione e di innovazione attraverso i linguaggi digitali.
Inoltre, con il miglioramento dell’accesso ai dati va sviluppata una nuova cultura della decisione basata sui dati, che superi le barriere disciplinari e apra la strada agli approcci sistemici e quantitativi che sono ora possibili e necessari. Ogni citta- dino può oggi contribuire a piattaforme partecipative per la raccolta dei dati, fungendo come sensore volontario per la creazione di osservatori digitali della società, dell'economia, e della salute pubblica, così generando quelli che si chiamano i Big Data. La capacità di questi osservatori di coinvolgere i cittadini come partecipanti attivi dipende dallo sviluppo, a partire dal livello scolastico, di una cultura attiva del dato, che predisponga i cittadini di domani ad un ruolo attivo nei confronti del proprio ambiente e delle proprie condizioni socio-economiche.