Dietro l'apparente neutralità di una tecnica si cela un disegno autoritario e disumanizzante di restaurazione:
Vacarme
domenica 8 settembre 2013
Buttati!
Ancora una volta, un adolescente ha scelto di togliersi la vita gettandosi dalla finestra.
In questo ultimo caso, la ragione sarebbe stata la sua presunta scelta omosessuale, non condivisa da familiari e amici.
Omofobia e bullismo, etichette tanto comode, quanto vuote, sono state, al solito, evocate, per trovare un responsabile del tragico gesto.
Dare la colpa a qualcuno, di tutto ciò che ci accade, vuol dire ricorrere a quel principio di imputazione che un tempo era riservato alla prima infanzia e agli stadi avanzati dell'alcolismo.
Adesso, è ragionamento corrente, avvallato dai più autorevoli mass media, nel quale si cela uno di quei trucchi che dimostrano la grande capacità del potere di rigirare le frittate.
Giacché abbiamo speso un paio di secoli, per scoprire che, dietro alle responsabilità individuali agiscono forti condizionamenti sociali, si è pensato bene di indurre a una identificazione tra sociale e ambientale, addebitando così eventuali colpe, non alla società nel suo complesso, ma a un gruppo di individui in qualche modo prossimo all'evento considerato.
Così si ottiene il capolavoro di assolvere un ragazzino, per condannarne un altro.
Vediamo allora, per una volta, di tentare di vedere se ci sono responsabilità realmente sociali, in questa tragedia.
Intanto bisogna dire che 14 anni sono pochi per compiere scelte definitive, e qui non mi riferisco solo all'irrevocabilità della morte, ma anche a tutte le altre opzioni, identità sessuale compresa, che si possono accarezzare nella temperie dell'adolescenza.
Il discorso è scivoloso, ma non eludibile: negli anni '50, quando l'omosessualità era socialmente riprovata, un ragazzino avrebbe tenuto nascoste certe sue pulsioni, rimandando il più possibile l'inevitabile, e a quei tempi tacito, outing. Il percorso era tutt'altro che indolore, ma liberava del tempo in cui, non di rado, l'oggetto di desiderio svaporava come ultimo residuo di infantile polimorfismo.
Nel caso opposto, la presa di contatto con la comunità omosessuale, sia pure nelle forme spesso umilianti della clandestinità, funzionava in qualche modo come relativamente pacificatore rito di iniziazione. Diluendo il proprio io nelle maglie collettive di una sottocultura, alternativa o addirittura antagonista, si rielaboravano le proprie ragioni, si stemperavano le ansie, si acquisivano strumenti critici rispetto alla cultura dominante. Così funzionava, eroico, sarcastico e materno, l'inconsapevole movimento gay di allora.
Questo non vuol naturalmente dire, che fosse meglio prima, perché, non dimentichiamocelo, si parla di un'epoca odiosa di discriminazione e segregazione, di dileggio sistematico, di impunita violenza, in cui il processo sopra descritto di accettazione del sé, in un contesto di universale rifiuto, si realizzava individualmente attraverso un autentico calvario, con funzioni di drastica selezione naturale.
Ma nel momento in cui, la sancita accettazione di un comportamento prende il posto del primitivo rifiuto, sdrammatizzandone le scelte relative, si deve tener conto di un periodo di transizione in cui, all'approvazione legale non corrisponde, istantanea e unanime, quella socialmente diffusa. Nella zona d'ombra che si viene a creare, restano operanti, benché destituiti di fondamento, tutti i pregiudizi che c'erano prima, con tutte le loro potenzialità di conflittualità e disgregazione. Ma poiché sono taciuti, negati, o addirittura rifluiti nell'inconscio, sono meno visibili e chi vi si espone oggi, a differenza di ieri, non sempre li mette in conto.
Nel 1973 l'associazione degli psichiatri americani sancì la rimozione dell'omosessualità dalle categorie diagnostiche del DSM III. Vi restò, per qualche tempo, l'omosessualità egodistonica. In questa categoria andavano compresi i conflitti con il proprio io ingenerati dall'orientamento sessuale.
Il punto debole stava nella formulazione, che imputava all'omosessualità, ribadendone la patologizzazione, una distonia spesso radicata, invece, dalla percezione di un giudizio sociale svalutativo. Per questa ragione anche questa categoria fu cancellata, nel 1987 dalla revisione del manuale.
Non c'è dubbio che in un tal tipo di sindrome, l'omosessualità non sia che un accidente, l'enfer c'est les autres, ma la perdita della specificità della condizione omosessuale può essersi tradotta nello smarrimento delle coordinate concettuali in base alle quali articolare la richiesta o l'offerta d'aiuto.
Sulla revisione del manuale diagnostico, le associazioni gay americane fecero sentire con successo la loro voce, ma evidentemente con maggiori preoccupazioni per l'affermazione di un principio ideale, che per l'eventuale e più prosaico disagio psichico dei propri aderenti.
Quando un movimento di liberazione di una qualsiasi minoranza, accetta - abbandonata ogni ispirazione antagonista - le regole del gioco, e si fa lobby, è fisiologico che le sue rivendicazioni assumano la logica del sistema di riferimento, cessando di essere generali, e orientandosi a privilegio delle proprie élites.
Ma sarebbe ingeneroso addossar loro tutte le responsabilità, in questo caso ben più vaste, che coinvolgono infatti il relativismo immanente alla concezione mercantile della sanità americana, la subalternità culturale dell'Oms e, soprattutto, l'abdicazione della politica, ben contenta di barattare con gratuiti diritti civili lo svuotamento degli istituti democratici, la liquidazione dei diritti del lavoro, lo smantellamento del welfare e tutti gli altri cedimenti alla logica del capitale.
Qua va cercata la responsabilità sociale, non certo nella compagnia degli amichetti, i cui eventuali pregiudizi, nessuna legge può trasformare in atteggiamenti positivi.
La tragedia è avvenuta a scuole chiuse e per una volta, stampa e televisione non hanno intonato il consueto ritornello sulla responsabilità della scuola che, a sentir loro, dovrebbe essere impegnata a ciclo continuo in campagne di propaganda sui più svariati argomenti sottesi dalla cronaca.
E' sconsolante constatare che uomini adulti e ben pagati credano ancora all'efficacia delle prediche, quando intere generazioni di ragazzi, loro compresi, hanno continuato a dedicarsi alla masturbazione, incuranti delle lacrime di san Luigi Gonzaga e dell'affermato rischio di indebolimento della vista.
Credo che non occorra scomodare teoria e pratica della pedagogia per affermare che non sono i precetti catechistici inculcati nelle aule scolastiche a determinare i comportamenti etici, quanto la trasmissione della capacità di orientamento morale. La scuola non deve fornire modelli, ma strumenti.
Da questo punto di vista, gli organi di informazione, con un po' d'acume e un briciolo di competenza, la responsabilità della scuola l'avrebbero ben trovata.
Fino a qualche tempo fa, nella nostra scuola, la struttura privilegiata di ragionamento era il problema.
Nel problema bisogna cercare i dati, scartare quelli falsi, metterli in relazione tra loro con una procedura corretta e coerente, giungere a una conclusione, verificarla.
Tale è la struttura del problema aritmetico o geometrico, ma identica quella del tema d'Italiano e della versione dal Greco.
Con l'aggettivo problematico, si designa una questione complessa, ricca di pro e contro, senza soluzioni precostituite. Bisogna cercare e non sapere, e ci vuole il suo tempo.
Da qualche anno, invece, si vanno affermando i quiz, sulla scorta delle prove Invalsi, che hanno prodotto una sterminata produzione editoriale.
Ci sono maestre e professori che, per ben figurare, si allenano tutto l'anno sulle prove Invalsi e non fanno nient'altro.
Nei quiz, alla domanda seguono le possibili risposte, e da queste, quindi che parte il ragionamento, che deve essere rapido, scandito da inesorabile cronometro.
Risolvere un problema a partire dalla sua risposta significa, ovviamente, lasciare il terreno del metodo scientifico, per avventurarsi su quello più scivoloso delle probabilità.
Nel linguaggio quotidiano, se diciamo che la tal persona è un problema, intendiamo dire che ci dà dei grattacapi, ma se affermiamo che è un vero quiz, lasciamo capire che è impenetrabile, misteriosa, contraddittoria.
Aleatorio e probabilistico, senza tempo sufficiente per una minima riflessione, il quiz viene affrontato dagli studenti con fantasiosi algoritmi (dopo due risposte A c'è una C e poi una B...) o affidandosi alla fortuna. Buttati! consigliano unanimemente genitori, insegnanti e compagni.
E qualcuno si butta, incalzato dalla fretta che ha ormai parodiato la velocità, anche quando quello che sembra un quiz impenetrabile è invece il problematico dipanarsi dell'unicità della propria esistenza.
lunedì 29 luglio 2013
martedì 4 giugno 2013
Se a scuola Internet rende stupidi,
Raffaele Simone, Se a scuola Internet rende stupidi, La Repubblica
mercoledì 29 maggio 2013
venerdì 17 maggio 2013
I saggi e la scuola. Analisi del documento
Tutte le analisi condotte sul tema della crescita economica indicano nella disponibilità di un capitale umano di qualità uno degli ingredienti fondamentali per sfruttare appieno le nuove tecnologie, per favorire l’innovazione e l’aumento della produttività.
I
saggi non affrontano il problema della scuola come questione
meritevole di una propria specificità, ma come variabile
dell'ossessivo mantra della crescita economica, assunto ad
indiscutibile orizzonte di ogni analisi.
Fulcro
del ragionamento, la nozione di capitale
umano,
non nuovissima, ma ormai prepotentemente entrata nel novero degli
assiomi mainstream1.
Incorporando
l'istruzione tra i fattori che determinano il capitale umano, la si
sottrae all'ambito dei consumi, per inserirla nel novero degli
investimenti. L'operazione ha l'indubbio merito di spostare le spese
per la scuola da un contesto individuale e voluttuario ad uno sociale
e produttivo, che dovrebbe incentivare una più generosa allocazione
di risorse.
Va
da sé, che questa concezione supera definitivamente quella
aristotelica della conoscenza
disinteressata,
o la contrapposizione di Seneca, tra otium
e
negotium,
punti di vista che sembravano affermare una concezione strettamente elitaria del sapere.
Sembra,
anche, sancire ufficialmente la fine, da tempo annunciata, di quella
cultura umanistica che
ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata
dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato
alla mente dell'uomo, alle sue domande, ai suoi timori2.
Alla
luce della consapevolezza dei limiti etnocentrici che hanno
storicamente gravato sulle pretese di universalità dell'umanesimo,
una sua messa in mora può avere anche caratteri progressivi, badando
– al solito – di non fare confusioni tra bambino e acqua sporca.
Intanto,
tornando all'incipit, le tre parole-chiave: tecnologie, innovazione,
produttività, ci confermano che il termine istruzione,
che compare nel titolo di questo quarto punto della trattazione dei
saggi, non è scelto a caso. Di istruzione tecnica, si parla, e non
di educazione.
Eppure,
di educazione, talvolta nell'obsoleta formula di educazione
civica,
sembra esserci un gran bisogno, e periodicamente – in relazione a
questo o a quel fatto di cronaca – la scuola è richiamata a gran
voce, dai media, a questo suo dovere istituzionale. Se ne ha, in tali
casi, una idea semplicistica, di stampo comportamentista e fondata su
una pretesa condivisione di norme e valori sociali, ben poco
difendibile dal punto di vista epistemologico.
C'è,
però, un'altra idea di educazione che consiste nel tentativo di
fornire gli strumenti per orientarsi nella complessità del presente.
È
ciò che precisamente rimpiange Marco Lodoli, è ciò che, in
programmi per la scuola elementare che sembrano ormai lontanissimi
(1985), si definiva lo sviluppo del senso
critico.
Questa
prospettiva ambiziosa andava oltre la pur necessaria acquisizione
delle capacità di saper fare la raccolta differenziata, mirando alla
formazione di una cittadinanza
consapevole che
potesse contribuire a una democrazia partecipata e non unicamente
ridotta alla celebrazione dei riti ricorrenti della liturgia della
società dell'immagine.
Viene
da chiedersi se questo non sia un obiettivo più che sufficiente sul
piano del potenziamento del capitale umano, che giustifichi i
necessari investimenti. Viene anche da chiedersi se, il non mettere
al primo posto, nelle finalità della scuola, lo sviluppo della
coscienza democratica, ma quello della crescita economica, non
sottolinei con enfasi il rapporto di subordinazione a questa, di
quella, che si vuole affermare nella società.
C'è
da aggiungere che, comunque, l'ipotesi di lavorare sulla formazione
critica del cittadino – Castoradis parla di una paideia
democratica,
Gadamer di Bildung,
Žižek
di capacità di un uso
pubblico della ragione – comporta
tempi lunghi, mentre i saggi sembrano avere una fretta del diavolo.
Di
conseguenza, migliorare le performance dei sistemi di istruzione e
formazione è fondamentale per assicurare nel medio termine una
crescita economica in grado di riassorbire la disoccupazione e la
sottoccupazione di cui è afflitto il nostro Paese. D’altra
parte, la formazione si interseca strettamente con
ricerca, innovazione e sviluppo: di conseguenza, la sua
efficienza dipende dalla rapida connessione di tutti questi
elementi e, dunque, dalla capacità del nostro Paese di rendere
quanto più “corta” possibile questa filiera.
Nel
successivo paragrafo viene affrontato il problema dell'abbandono
scolastico, i saggi identificano correttamente il tempo-scuola, come
un fattore su cui intervenire:
le
analisi disponibili indicano come il miglior strumento di
contrasto all'abbandono sia il prolungamento della scuola al
pomeriggio negli anni del primo ciclo, mentre oggigiorno il
tempo pieno alle elementari è diffuso solo in alcune regioni
(non a caso, quelle in cui la dispersione è minore) ed è di
fatto inesistente nelle scuole medie.
Sembrerebbero
quindi dar ragione alla lotta, strenua e vana, condotta dagli
insegnanti in difesa di quel tempo pieno, che dopo aver vacillato
sotto i colpi della parola d'ordine reazionaria della restituzione
dei bambini alle famiglie,
correlata agli appetiti dei sostenitori di un privatistico sistema
formativo integrato, era
poi stato drasticamente falcidiato dalle ristrettezze di bilancio.
Le
attività scolastiche nel pomeriggio non dovrebbero però essere una
mera replica delle lezioni frontali della mattina. L'estensione
del tempo scolastico consentirebbe, infatti, di scomporre i gruppi
classe, lavorando su piccoli numeri, sperimentando metodologie
didattiche innovative (ad esempio, apprendimenti cooperativi e
attività sociali) e individuando percorsi specifici per i
ragazzi maggiormente a rischio.
Non
sappiamo se, nella frase d'esordio – che evoca il palinsesto di una
sgangherata TV commerciale – si adombri l'idea che i saggi si son
fatti, della scuola a tempo pieno, la quale, estranea alle repliche,
funzionava esattamente come nel prosieguo del testo: con i piccoli
gruppi del sistema dei laboratori, con la didattica cooperativa, con
i percorsi individualizzati.
Se
invece così fosse, è evidente che i saggi stanno proponendo ciò
che già si fa, cioè quelle attività integrative che, spogliate
dalle accattivanti vesti della propaganda, sono, in virtù della
penuria di risorse dell'autonomia stracciona, il contrario di ciò
che si dice: pluriclassi con comunicazione didattica verticale e
contenuti standardizzati.
Eppure,
poco più su, i saggi avevano disegnato l'identikit degli alunni a
rischio di dispersione:
si
tratta di maschi, tipicamente immigrati di prima generazione,
provenienti da un background socio-economico e culturale svantaggiato
e che hanno già perso almeno un anno nel corso del primo ciclo.
Sono
proprio loro, e di giorno in giorno lo tsunami sociale erode i
residui margini di vantaggio delle femmine e degli autoctoni.
Con
questi disuguali, si vuol continuare a far parti uguali e perciò
anche loro hanno diritto alla regolare dose di compiti a casa,
richiesta dall'orario curricolare abbreviato. Solo, che non hanno
mamme che sappiano aiutarli a farli.
Se
il fallimento scolastico torna ad avvicinarsi ai livelli degli anni
'60, è perché l'organizzazione della scuola è tornata ad essere
quella degli anni '60, adeguandosi a un prepotente disegno di
restaurazione dei privilegi di classe.
Bisognerebbe
tornare a imparare, esercitarsi e approfondire a scuola, non tra mura
domestiche tanto diverse tra loro. Ma non sembra questa la via
indicata dai saggi, che, anzi, fanno sospettare una propensione per
la reintroduzione, dopo mezzo secolo, di selezioni precoci verso
scuole di avviamento al lavoro, rispetto alle quali, il consenso
dell'opinione pubblica è propiziato dal combinato disposto di
aspettative di ripresa produttiva e di ansie securitarie:
nella
migliore delle ipotesi, la futura forza lavoro non avrà le
competenze minime richieste da processi produttivi in rapida
evoluzione; nella peggiore, genererà emarginazione e rischi per
la sicurezza in numerose aree, specialmente nelle grandi città.
In
quest'ultimo passaggio, in cui non è difficile intravedere gli echi
del dibattito francese ai tempi della rivolta delle banlieux,
il documento tradisce un difetto di aggiornamento, ancora più
evidente nella chiusura del paragrafo, che non sembra aver registrato
le riserve, nel frattempo intervenute in Europa e negli USA, sui
sistemi di valutazione:
gli
istituti scolastici dovrebbero dotarsi di strumenti di
misurazione, a cadenza regolare, dei progressi compiuti dagli
studenti a rischio di dispersione.
Se
si può concordare, fatta salva una verifica tecnica sulla congruità
della proposta e una più puntuale definizione del concetto di
merito,
sull'impianto del successivo paragrafo (Promuovere
il merito, aumentare le opportunità),
si resta invece perplessi sulle conclusioni di quello che, correlando
istruzione e spesa sanitaria, sembra inclinare a una pericolosa
deriva verso nostalgie di stato etico:
sta
aumentando l’incidenza di comportamenti (obesità,
sedentarietà, abuso di alcool, fumo, ecc.) che mettono a rischio la
salute delle presenti generazioni e generano elevati costi
sul sistema sanitario nazionale
La
disapprovazione per certi stili di vita si fonda su ragioni
economiche e non morali. Ma c'è da osservare che ogni epoca ha i
suoi criteri di evidenza che hanno una validità pro
tempore,
per rivelarsi, poi, fallaci. C'è una evidente analogia tra le
pretese del passato di voler salvare l'anima e quelle, attuali, di
voler salvare il corpo.
Si
aggiunga poi, che i criteri di costo economico non sono mancati
neppure in quelle aberranti scelte di salute pubblica da cui ci si
vorrebbe differenziare:
dunque,
al primo settembre 1941 sono stati disinfettati 70.273 pazienti.
Calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, abbiamo fatto
risparmiare: 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate. Poi
marmellata, margarina, caffè d’orzo, zucchero (…). Continuando
cosí in dieci anni l’1 per cento della popolazione non graverebbe
piú sulla spesa sanitaria4.
Per
ora, comunque, non viene proposta l'eliminazione di chi insiste a
praticare stili di vita sgraditi, e ci si limita a caldeggiare una
politica di prevenzione riassumibile nel motto, caro alla GIL: mens
sana in corpore sano. Ma
all'orizzonte si profilano soluzioni proibizioniste, la cui
minacciosità è velata dal profilo ridicolo della formulazione:
si
propone Il potenziamento delle iniziative finalizzate ad insegnare
stili di vita salutari nelle scuole e nelle università,
promuovendo, sul modello americano, l’eliminazione dai
distributori automatici collocati nelle scuole di cibo e bevande
ad alto contenuto calorico.
Ma
non deve sfuggire che la computisteria dei saggi conferma il
giudizio, già radicato in tanto senso comune, del carattere
parassitario e socialmente riprovevole di certi stili di vita.
Incoraggia, cioè quei processi di emarginazione che sono già in
atto in molte comunità scolastiche e che sono una delle cause
preponderanti di fallimenti e abbandoni.
Infine,
il documento guarda alle nuove tecnologie, con occhio più rivolto
all'input economico delle imprese, che alla salute degli utenti.
l
cambiamento della scuola passa anche attraverso la capacità di
sfruttare quello che le nuove tecnologie offrono, soprattutto
per la costruzione degli ambienti di apprendimento. Per far questo è
indispensabile il miglioramento dell’infrastruttura di rete delle
scuole, attualmente dimensionata per la gestione amministrativa,
anche in vista dell’adozione dei libri digitali,
prevista progressivamente dal 2014, la quale stimolerà una
forte domanda di formazione e di innovazione attraverso i
linguaggi digitali.
Santificato
dall'aura della modernità, il libro digitale si avvia all'adozione,
senza che si sia promosso un confronto con oculisti, neurologi,
pedagogisti e psicologi che ne attestino, per ciò che loro concerne,
l'assoluta innocuità. Intanto, nell'attesa della rivoluzione
futurista, le scuole mancano, non solo di connessioni internet, ma
anche di gessi per la lavagna e carta igienica.
Le
conclusioni del documento sono decisamente inquietanti:
Ogni
cittadino può oggi contribuire a piattaforme partecipative per
la raccolta dei dati, fungendo come sensore volontario per la
creazione di osservatori digitali della società, dell'economia,
e della salute pubblica, così generando quelli che si chiamano
i Big Data.
Nell'appello
alla collaborazione volontaria, si tacciono tutti i dubbi e i
sospetti inerenti la questione: dalle ricerche del Massachusetts
Institute of Technology,
che ha segnalato il pericolo di dissoluzione della privacy, ai
finanziamenti della CIA ad
aziende
attive in questo campo, alla lapidaria sentenza di James
Fontanella Khan, editorialista
del «Financial
Times»:
Big
Brother si è trasformato in Big Data5.
Nel
disinvolto e conturbante invito allo spionaggio di massa, con cui
concludono le loro proposte sulla scuola, i saggi smascherano il
cavallo di Troia con cui la tecnocrazia nazionale intende espugnare
gli ultimi baluardi della democrazia: lo spot disarmante
dell'innovazione, coniugato al basso livello di informazione,
garantito da un sistema dei media poco propenso a porsi domande non
autorizzate.
1La formulazione della teoria è di Theodore W.Schultz, The Economic Value of Education, 1963 e perfezionata da Gary Becker (Human Capital, 1964), esponente della Scuola di Chicago e premio Nobel nel 1992.
2Marco Lodoli, Addio cultura umanista. Per i ragazzi non ha senso, «Il Corriere della Sera», 31 ottobre 2012.
4Dallo spettacolo, Ausmerzen di Marco Paolini.
5James Fontanella Khan, Taccuino da Bruxelles, «East» 46, marzo-aprile 2013.
domenica 12 maggio 2013
scuola, ghetti e jus soli
«È la mamma, è la mamma che è ... difficile» dice alla sua maestra, per giustificare l'assenza, e intanto allarga e richiude più volte le braccia, in quel gesto simboleggiando l'ineluttabilità e l'indicibilità di una situazione di cui ci immagina edotti.
Edotti, almeno in parte, lo siamo. La mamma di Mariolino l'ho vista in azione un paio di mesi fa.
All'uscita di scuola, come talvolta è già accaduto, Mariolino non trova nessuno che lo riporti a casa. Lasciarlo andare da solo ‒ casa sua è lì vicino ‒ non si può, una legislazione terrifica lo proibisce in maniera tassativa (fino alla quinta, però, dall'anno successivo potrà prendere l'autobus da solo e attraversare tutta la città).
La bidella telefona a casa.
Accompagnata in macchina da un malcapitato vicino, la mamma, di lì a poco, arriva, scende dalla macchina e si scatena in una furiosa invettiva, colorita di turpiloquio, contro la scuola, i maestri e le maestre.
È visibilmente alterata e naturalmente noi tutti riteniamo immeritata quella sequela di insulti. La mettiamo in conto al suo stato del momento, ma dovremmo sapere che nel delirio dell'alcol, della droga, o della follia, non si materializzano fantasmi irreali, ma, se mai, sintesi inadeguate della percezione della realtà.
C'è dunque un disagio non colto, un difetto di rapporto, il sospetto di un pregiudizio, dietro quello sfogo che ci pare ingeneroso.
Come darle torto? Vogliamo negare che a scuola, come nel resto della società, seppellita l'ascia di guerra del vietato vietare della nostra gioventù, si sia pienamente restaurata la norma, nella sua accezione più mediocre e piccolo borghese e si sia tornati allo stigma per certi stili di vita?
Bocciare, tranne in casi rari, non si boccia più, ma per il resto nulla e mutato e i bambini che vivono in certe famiglie sono imprigionati in un giudizio in cui la diagnosi e i sintomi si rincorrono, inverandosi a vicenda: non fa i compiti, non paga la mensa, arriva in ritardo ...
A sostenerci, nella ritrovata funzione di vestali della classe media, la tecnica, che per ognuno dei comportamenti che sono alla base di queste scarse performance sociali, ha un nome e una classificazione.
Ci trinceriamo, dunque, dietro l'indubitabilità della nosografia ‒ dimenticandoci del fatto che sino a pochi anni fa, nel DSM IV, il manuale diagnostico più utilizzato, l'omosessualità era classificata, con altrettanta certezza, come malattia ‒ e rivalutiamo, come scelta di civiltà, il ricorso ad assistenti sociali che dispongano il ricovero del minore in comunità.
Neppure ci accorgiamo, in questa disperata opzione del male minore, della sconfitta culturale (che è anche una sconfitta politica) che la determina: il rigetto della tradizione continentale (psicanalisi, fenomenologia) a vantaggio di un pragmatismo comportamentista anglosassone, che vede l'uomo come una macchina da far funzionare al meglio, magari attraverso addestramenti da circo equestre.
La lezione di Marcella Balconi e Giovanni Bollea: la peggiore delle mamme è sempre migliore del migliore degli istituti, è dimenticata.
Comunque sia, la famiglia di Mariolino, che lo si ammetta o no, è oggettivata in un'identità. Ma loro, soggettivamente, come si identificano?
All'inizio dell'anno, mi capita di sostituire una collega nella classe di Mariolino. All'uscita, la sua mamma non c'è. Ho un autobus da aspettare, per una buona mezz'ora , e l'abitazione di Mariolino è a pochi passi, decido di accompagnarlo io.
Lungo la strada, ci precede un gruppo di alunni marocchini che abitano nello stesso complesso di case popolari in cui vive Mariolino; sono ben organizzati, una mamma, a turno, viene a ritirare tutto il gruppo. Mi chiedo perché Mariolino, e qualche altro suo vicino di casa, non ne approfittino. La risposta, l'avrò di lì a poco.
Non appena siamo arrivati nel parchetto antistante le case, e non prima, quando i bambini marocchini, deposti gli zaini su una panchina, si disperdono di corsa a cominciare i loro giochi, Mariolino, protendendo il mento per indicarli, mi fa: «Io, quelli, non li posso vedere!»
Mi sorprende, perché a scuola, con quegli stessi bambini, ci parla e ci gioca.
Provo a chiedergli spiegazioni, ma la risposta è una serie smozzicata di frasi fatte, mal memorizzate, evidentemente riprese da un distratto ascolto dei discorsi dei grandi, il cui succo è, inesorabilmente: padroni a casa nostra.
Sul balcone di casa, il nonno attende Mariolino, è un anziano immigrato dalla Sicilia, sul suo volto, che deve essere stato illuminato da un'antica fierezza, sembra esser scesa l'ombra della sconfitta.
L'episodio si presta a una serie di considerazioni:
‒ La topologia. Mariolino non è un ipocrita, a scuola non gioca con i bambini marocchini per compiacere i maestri. Lungo tutto il percorso, pur avendoceli davanti, non ha avuto niente da ridire. La reazione scatta non appena entra in quello che ritiene il suo territorio, diverso da quello della scuola e dalla neutralità della strada.
Ci sono dunque visioni del mondo differenti a seconda dei contesti e non c'è integrazione tra vissuti scolastici e famigliari.
‒ La reintegrazione. La famiglia di Mariolino ha uno stile di vita che si presta alla riprovazione sociale. La scuola, che dietro il paravento delle regole nasconde la costruzione di una norma di giudizio delle esistenze, è il luogo deputato al confronto. Qui la famiglia di Mariolino si sente marginale, o addirittura estranea.
Ma nella sua dinamica interna, la famiglia tenta una reintegrazione, identificandosi, a partire dall'opposizione noi/loro, con un gruppo sociale immaginario.
Mariolino, per ora, utilizza gli spezzoni di discorso adulto che gli vengono in mente, per dare una giustificazione alle normali rivalità e aggressività della sua età. Sarebbe un peccato se diventasse un fascista per davvero.
A scuola, dove affronta con loro le stesse attività e le stesse difficoltà, gioca con i compagni marocchini, ma una volta arrivati a casa, tutti tornano a parlare la lingua materna e a chiudersi in differenti orizzonti simbolici.
Eppure è proprio lì che si consuma il crimine premeditato che porterà loro tutti a un analogo fallimento sociale. Lì, dove si trovano alle prese con compiti e lezioni che non sanno fare e per i quali le loro mamme non sono in grado di aiutarli, lì dove difficoltà linguistiche o analfabetismo di ritorno non riescono a interpretare gli avvisi sul diario, da cui dipende il rispetto delle regole e la conseguente accettazione sociale.
Mariolino e i suoi compagni di scuola immigrati hanno le stesse probabilità di abbandono scolastico e di un precoce arrivo, con nessuna qualifica, su un mercato del lavoro stagnante. La polarizzazione noi/loro, da questo punto di vista, assume ben diversi connotati.
Una sinistra che fosse di classe, e non irrimediabilmente succube dell'ideologia borghese, partirebbe da qui, mostrando chi è uguale e chi è diverso, rivendicando il ritorno a una scuola a tempo pieno, organizzando sul territorio doposcuola antagonisti. Dovrebbe tentare, insomma, di unire sui bisogni concreti e non di dividere in base ad astratte formulazioni morali.
Se c'è, quindi da fare una battaglia della cittadinanza, vogliamo che sia una battaglia per una cittadinanza effettiva e non solo burocratica, perché Mariolino e i suoi compagni di scuola immigrati siano cittadini nella stessa maniera in cui lo sono il figlio del dottore o dell'avvocato.
Di cittadinanze di serie B, non sappiamo che farcene.
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