sabato 7 dicembre 2013

Démocratiser l'enseignement de la lecture-écriture : Quel diagnostic pédagogique ? Quelles pratiques alternatives ?


Comment expliquer l'échec de 15 à 20% des enfants à acquérir les compétences de base en français et maths ? André Ouzoulias propose une réflexion en 4 parties.

L'école primaire échoue à amener 15 à 20 % des élèves au niveau de compétences, de connaissances et de culture visé par notre pays à l'entrée en 6e. On en connaît les graves conséquences humaines, psychologiques, sociales, économiques, politiques, institutionnelles... À lui seul, le constat de ces échecs massifs, qui touche électivement les élèves des milieux populaires, légitime pleinement l'idée de « refonder » notre école. Une telle ambition n'a rien d'utopique : un certain nombre d'expériences dans des écoles situées en quartiers populaires montrent qu'il n'y a aucune fatalité dans l'échec actuel de l'école de la République.

De la graphophonologie à la charnière GS-CP
Dans un premier texte, André Ouzoulias a plaidé pour un authentique enseignement de la langue orale en maternelle. On le sait, l'enjeu est important : « En fin de maternelle, s'exprimer avec à propos et clarté, c'est un objectif en soi, mais c'est aussi la moitié du chemin vers la lecture. » Dans ce deuxième texte, le psychopédagogue aborde une autre question importante pour l'apprentissage de la lecture : l'enseignement de la graphophonologie entre GS et CP. Il critique ici la progression en deux phases recommandée par de nombreux psychologues cognitivistes : travail de discrimination sensorielle sur des stimuli purement auditifs d'abord pour extraire les phonèmes, introduction ensuite des lettres afin de relier ces phonèmes à leur écriture (apprentissage du principe alphabétique). Il montre en quoi cette progression engendre difficultés et échecs chez les enfants les moins familiers de la langue écrite et propose une alternative.

Troisième domaine : faire écrire les enfants, une urgence pédagogique et sociale
Dans un premier texte, André Ouzoulias a plaidé pour un authentique enseignement de la langue orale en maternelle. Dans le suivant, il a abordé l'enseignement de la graphophonologie entre GS et CP. Critiquant la progression recommandée par de nombreux psychologues cognitivistes et par l'institution, qui négligent la difficulté d'extraire les phonèmes pour les enfants les moins avancés dans la connaissance de l'écrit, il propose de commencer par faire comprendre l'idée de graphophonologie au niveau de la syllabe. Dans ce troisième texte, André Ouzoulias insiste sur la nécessité de faire écrire les enfants dès la GS et tout au long de la scolarité élémentaire. « Pour les enfants sans grande expérience de l'écrit, c'est ainsi qu'ils peuvent le mieux s'approprier la langue écrite, activement et de manière accélérée » disait-il à la fin du deuxième texte. Il donne ici sa réponse à la question décisive que se posent les enseignants du primaire : écrire beaucoup, oui, mais comment ?

Quatrième domaine : l'acquisition de l'orthographe, un enjeu crucial
Dans ses trois premiers textes, André Ouzoulias a successivement abordé l'apprentissage de la langue orale en maternelle, l'enseignement de la graphophonologie à la charnière GS-CP et la production d'écrits. Il plaide pour consacrer à l'écriture une pédagogie active, appuyée sur la production de textes courts, dans des situations qui rendent les enfants autonomes et créatifs. La question qui se pose en toute logique maintenant porte sur l'articulation entre ces ateliers d'écriture et les exigences orthographiques. Si l'on vise l'abondance des productions des enfants tout au long de la scolarité, peut-on simultanément espérer qu'elles soient orthographiquement correctes ? N'y a-t-il pas un risque de « surcharge cognitive » ? Pour André Ouzoulias, les connaissances orthographiques sont un enjeu crucial de la démocratisation. Il souligne l'importance de ces connaissances dans le développement de la lecture experte et il précise de quelle manière elles favorisent l'acquisition du vocabulaire en lecture. Il préconise d'organiser les tâches et l'environnement des élèves de sorte qu'ils puissent, dès le début, écrire beaucoup, sans trop d'erreurs et sans ressentir la « surcharge cognitive » que l'on pourrait redouter.


sabato 30 novembre 2013

perché non sono contrario all'IRC

Sono cresciuto in una città di provincia. Le scuole dei miei tempi erano permeate di una oppressiva e torbida ideologia in cui l'oscurantismo cattolico del papato di Pio XII si mescolava a una retorica patriottarda mutuata, con superficiale cosmesi, da un tragico ventennio, frettolosamente archiviato .
Si diceva, allora, clericofascismo. E non si sbagliava.
Si cominciava, ogni mattinata di scuola, con l'avemaria e il padrenostro e ci si alzava, dritti sull'attenti, quando la radio scandiva le prime battute dell'Inno di Mameli.
Una volta alla settimana, entrava in classe il prete, a spiegarci cos'era peccato. Il catalogo del prete adeguava le trasgressioni ai dieci comandamenti alle situazioni spicciole, banali e quotidiane, onde potessimo facilmente renderci conto di essere, noi tutti, inveterati peccatori, ma soprattutto che tali erano, e ormai incalliti, i nostri genitori.
Era un trauma settimanale, in cui i più sensibili accumulavano materiale per depressioni e nevrosi future.
Il risultato di questa propaganda battente era sorprendente: l'80 per cento dei maschi smetteva di andare a messa entro la terza media.
Ma non è per questa interessante produzione di agnosticismo, che sono favorevole all'insegnamento della religione nelle scuole, ma per diverse altre ragioni.
Le prime sono di ordine cognitivo. La religione cattolica, la sua liturgia e i suoi dogmi permeano la nostra cultura. 
Metà del Louvre, o degli Uffizi, resterebbe per noi muta e incomprensibile, se non sapessimo in qualche modo ricollegarne i quadri alla storia che raccontano e ai simboli che sottendono. Penosa diventerebbe, la lettura della Divina Commedia, ridicola, senza l'immanere della Provvidenza, quella de I Promessi Sposi.
Ma se in questi ultimi due casi il danno sarebbe solo quantitativo, trattandosi di opere colte nate per un pubblico colto, per l'arte figurativa si farebbe un sensazionale passo indietro qualitativo, consegnando alla comprensione dei dotti l'interpretazione di immagini destinate in origine, come utile promemoria, proprio alle plebi analfabete.
La seconda ragione è di ordine antropologico. La secolarizzazione ha assunto, nelle scuole, le forme di una reticente omissione. La domanda sul sacro è elusa e rispedita al mittente, alle famiglie. Una condivisione sociale del tema, anche sotto forma di conservazione del patrimonio leggendario, è esclusa.
Ma le domande senza risposta si riaffacciano nel tempo. Halloween al posto della festa dei morti e Babbo Natale al posto di Gesù Bambino confinano il sacro nel circuito commerciale, e dal circuito commerciale arriveranno le risposte alle domande inevase: oroscopi, fattucchiere, magia e religioni sincretiche sono oggi, alla faccia del progresso, un ottimo bussines.
La terza considerazione è di carattere etico. L'ora di religione è una delle poche occasioni scolastiche in cui si può discutere di questioni morali, l'unica - con la filosofia ai licei - in cui sia ormai lecito farlo. L'alternativa è il più assoluto relativismo che, se apprezzabile dal punto di vista del rispetto delle diverse idee, ha un limite epistemologico insuperabile, rinunciando alla discriminazione tra vero e falso.
Siamo un paese che si dichiara ancora cattolico, che sia fatto almeno da buoni cattolici. 
Abbiamo visto all'opera, negli ultimi anni, un cristianesimo fai da te, funzionale ai più miserabili egoismi. Che dio (appunto) ce ne liberi!
E' opportuno che chi si preoccupa delle proprie radici sia adeguatamente informato a riguardo, potrebbe così scoprire che gli alberi, in realtà, si riconoscono dai frutti.


  



venerdì 29 novembre 2013

omaggio a Wilhelm Reich

Quando ero bambino io, il trucco era quello: giocare al dottore.
Ma era un gioco proibito, guai se ti beccavano a farlo.
Erano altri tempi, c'era ancora PioXII e nelle scuole comandavano i preti.
Se ti toccavi, san Luigi piangeva, figuriamoci se toccavi un altro.
Adesso è tutto cambiato e se guardi il pisello di un compagno, san Luigi non piange più.
Ma insorgono i democratici e i pacifisti, perché chi inizia certi giochi è di sicuro imputabile di bullismo.
Se poi i suoi interessi convergono su una bambina, apriti cielo! siamo all'anticamera del femminicidio.
Quando si dice il progresso.

mercoledì 20 novembre 2013

i pidocchi e il muro di Berlino


Crapa pelada la fà i turtei

Ghe nè dà minga ai soi fradei,

I so fradei fan la frittada

Ghe ne dà minga a Crapa pelada.


Il pidocchio dà fastidio, prude e infesta tutti e, a differenza della zanzara, è personale e imbarazzante come un peto.
Sa di sporcizia e miseria, il pidocchio, e dio avrebbe fatto una cosa saggia, assegnandolo d'ufficio solo agli zingari.
Invece no, l'orrida bestiola è, più di qualsiasi monumento o documento, patrimonio dell'umanità tutta.
Prediligono, i ributtanti anopluri, le grandi comunità: le carceri un tempo ne traboccavano, per non dire delle caserme, ai tempi in cui la naja era ancora cosa seria.

La signora Musso con i bambini del Dominioni
Per questa ragione, galeotti, soldati e collegiali avevano regolarmente i capelli rasati a zero: prevenzione.
I miei compagni di scuola del "Dominioni" avevano tutti la crapa pelada.
Ma alla Cascina Bellaria e alla bidonville della Piazza d'Armi, dove viveva una buona parte dei bambini che frequentavano la mia scuola, il parassita era di casa (senza contare le caserme in cui erano stipati alla bell'e meglio i profughi istriani e gli alluvionati del Polesine). Cononostante, né a me, né ai miei fratelli capitò mai di portare a casa il noioso ospite e di doverci sottoporre alla maleodorante disinfestazione col petrolio.
Visita medica a scuola

A quei tempi, difatti, l'Ufficio di Medicina Scolastica se ne occupava e spesso arrivavano, alla Rosmini, le vigilatrici sanitarie, che un'occhiata in testa ce la davano.
I portatori di pidocchi venivano allontanati da scuola e, per tornarci, dovevano passare dall'Ufficio d'Igiene.

Immagino che in queste occasioni, sui poveri si infierisse. A quei tempi non si perdeva l'occasione di umiliarli, soprattutto nelle nostre scuole, egemonizzate da cattolici del Sillabo, che tradivano però un'inquietante deriva luterana, applicando ai poveri la dottrina della predestinazione della grazia.
La carità pelosa della san vincenzo di allora prevedeva un fervorino complementare all'elemosina, anche se il pio proposito di correggere quei viziosi straccioni era considerato utopia. Ci si accontentava di farli sentire un po' in colpa, soprattutto i bambini: che sapessero che i loro babbi erano scioperati e ubriaconi, e le loro mamme zoccole, o quasi.
Per questo, quando queste pratiche furono messe in soffitta, noi tutti - e intendo noi democratici - ne fummo lieti, quasi non fosse possibile eliminare gli atteggiamenti arroganti, se non rinunciando tout-court alla vigilanza sanitaria.
In verità si sarebbe potuto continuare a vegliare su salute e benessere dei bambini, mettendo rigorosamente al bando gli approcci inquisitori di assistenti sociali, vigilatori sanitari, maestri e altri improvvisati e volontari questurini.
1989, cade il muro
Il fatto è che, nel frattempo, era caduto il muro di Berlino e dilagava in Europa il similoro dell'individualismo reaganiano.
Lo Stato, improvvisamente, era diventato un padre-padrone che si arrogava il compito di decidere per conto - e contro la volontà - dei cittadini maggiorenni. Non se ne poteva più, ci voleva una robusta deregulation.
Se dunque prima, sia pure attuata talvolta con forme di autentico sadismo antipopolare, si aveva la concezione di una responsabilità sociale nel mantenimento e diffusione del benessere e del suo contrario, ora prevaleva l'idea di un'assoluta responsabilità individuale.
Ovviamente questa nuova concezione portava a compimento teorico quell'inconscio luteranesimo d'accato di cui si è detto, ma nessuno, comunque, se ne è accorto. Siamo diventati tutti individui liberi e uguali e questo è sembrato un passo avanti.
Ognuno ha quindi ereditato la piena titolarità dell'onere di difendersi, senza più presidi sociali e legali che possano tutelarti come membro di una formazione sociale. Tu sei tu e non sei più né un operaio, né un pensionato, né uno scolaro.
Naturalmente le asserite libertà e uguaglianza perdono un po' di fascino quando, nel sottoscrivere il contratto con l'altrettanto libera, e a te uguale, Enel, verifichi che il tuo unico potere contrattuale consiste nella possibilità di rinunciare alla luce elettrica, ma tant'è, si tratta di indesiderabili, ma inevitabili, effetti secondari.
Nella nuova società che, con il fattivo aiuto dell'Europa, stiamo costruendo, le mediazioni politiche non si basano più sulla superata idea del confronto tra rappresentanze di interessi delle diverse categorie sociali, ma su quello, più pragmatico di lobby agguerrite.
Ce n'è di deboli, di forti e di fortissime: quella dei genitori di bambini con i pidocchi vale zero. Quella delle industrie farmaceutiche è fortissima.
Il pidocchio produce un interessante giro d'affari e quindi l'epidemia non finirà mai. 

  






martedì 29 ottobre 2013

Giselle non è Antigone


Circola su Facebook questo video, accompagnato da entusiastici commenti per l'esibizione fuori dagli schemi della piccola ballerina.
E' innegabile che il risultato sia molto divertente e che la bimba dimostri anche un certo talento, ma molti credono di vedere, in quest'uovo fuori dal cesto, non so qual'affermazione di libertà e personalità, in opposizione alla mediocrità di schemi standardizzati imposti.
Niente di tutto questo, naturalmente, l'età della piccola show girl osta a questa interpretazione, che è, evidentemente, una proiezione del nostro ragionar da adulti.
La bambina non ha scientemente rifiutato. perché goffi e uggiosi, i passi di danza suggeriti dal coreografo, né li ha mancati per incapacità di riprodurli, semplicemente non si è mai posta il problema di imitarli.
La piccola non ha ancora interiorizzato la differenza tra espressione del proprio io e esecuzione di un compito.
Sebbene sia antipatico come è antipatico l'affermare la non esistenza di Babbo Natale, bisogna concludere che questa bimba fa fatica ad evolversi dall'egocentrismo neonatale e a maturare una più adeguata socializzazione. E' in ritardo rispetto alle sue noiose e conformiste compagne di corso.
Non c'è da preoccuparsene, le spettano ancora almeno un paio di anni di scuola materna in cui recupererà tutto il terreno perduto.
Capita, però, che arrivino in prima elementare bambini ancora a questo livello. Vengono spesso da situazioni socialmente e culturalmente deprivate, in cui l'insufficienza di stimoli non ha promosso un'adeguata evoluzione, oppure, pur proveniendo da ambienti evoluti, sono stati rafforzati, nella fissazione di comportamenti della prima infanzia, dai bamboleggiamenti dei genitori. Di solito, per differenti ragioni, non hanno frequentato la scuola dell'infanzia.
Questi bambini ascoltano con aria attenta le tue spiegazioni e sembrano osservare con altrettanta attenzione lo schema disegnato alla lavagna, ma poi, quando dai loro carta e matita, fanno tutt'altro e raccontano quello che hanno dentro, senza minimamente porsi il problema di eseguire un compito.
Se la situazione non si sblocca in tempi brevi, incancrenisce. Accumulano ritardo, diventano dei BES e bisogna compilare il PDP.
Certe mamme e babbi degli altri, che magari avrebbero apprezzato questo video, vengono a dirti, preoccupati, che ritardano tutta la classe. E bisogna diplomaticamente mandarli a quel paese.
Diversa, sarebbe stata la questione, se la piccola ballerina fosse stata un po' più grandicella di almeno un paio d'anni. In questo caso, il suo comportamento sarebbe stato la manifestazione di un rifiuto esplicito delle convenzioni.
Un clamoroso, e per molti versi geniale, outing di pensiero divergente e l'epifania di una soggettività forte, poco incline a farsi irreggimentare.
Certo, anche in questo caso, il sabotaggio del balletto, avrebbe rivelato qualche conflitto sul piano della socialità, ma si suppone che un bambino capace di un gesto simile, abbia tutte le risorse per vincere la guerra che ha appena dichiarato.
Ancora diverso - e saremmo ancora più avanti nell'età - sarebbe lo scenario se, con questa esibizione, una ragazzina volesse affermare la propria certezza di essere più brava degli altri.
Sono atteggiamenti non rari nell'adolescenza, che stanno proliferando anche grazie a immorali talent show destinati a un pubblico infantile.
Qui non più di soggettività, si deve parlare, quanto di individualismo narcisista.
In questo caso, al termine dello spettacolo, dietro le quinte, occorre una bella sculacciata.    



martedì 22 ottobre 2013

da leggere


Giuseppe Veronica, Hamid non sa leggere. Malessere in classe o malessere di classe? in: "Zapruder" n. 31
in vendita presso Mondo Musica, viale Roma 20 Novara